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Franco Pistono

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Tutto parte da settembre quando, in armonia con i miei interessi pedagogici, ho partecipato ai lavori della Società italiana di ricerca educativa e formativa (Siref).

Tema di quest’anno: modelli di innovazione nella democrazia partecipativa reale e transizione ecologica.

Ghiotte le relazioni, sulle quali sorvolerò per limiti di tempo e anche di coerenza con questo spazio, ma una desidero richiamarla: quella della professoressa Stefania Caparrotta, ricercatrice del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale (Linv) presso l’Università di Firenze.

La “ciccia” del discorso è che, mentre la società umana è organizzata in modo piramidale, quella vegetale è organizzata in forma “circolare”, fondandosi cioè sulla cooperazione, invece che sulla competizione; per questo è bilanciata, efficiente, quieta.

Noi no, invece: correre, correre, correre!

Già, ma con il risultato di essere per nulla bilanciati, poco efficienti e zero quieti.

Però – ed ecco che arrivo al punto – qualche settimana fa ho letto un articolo che parlava di un investimento da parte di Leonardo DiCaprio sulla carne coltivata.

Ne riporto un passaggio: “I numeri e il processo di produzione sono stupefacenti: viene prelevato dall’animale un campione delle dimensioni di un granello di pepe, del peso approssimativo di 0,5 grammi. Da questo campione vengono selezionate circa 33.000 cellule, le migliori, le più sane, che potranno produrre fino a 80.000 hamburger. Da un campione. I capi di bestiame (…) cresceranno naturalmente in una fattoria ruspante, con nutrimenti naturali e un ambiente privo di agenti contaminanti. La carne del futuro, sarà quindi buona, sana e senza nessun impatto per l’ambiente.”.

Io sarei personalmente tanto felice di poter risparmiare la vita di un sacco di animali, vedendoli anche “felici” e “sani”, e contribuendo peraltro alla tutela del pianeta, per un mare di evidenti ragioni.

Sarei felice anche perché ne ho piene le tasche di certo becero antropocentrismo, con l’inutile sua narrazione di un uomo posto al centro dell’universo, quale padrone assoluto e mai come custode.

Una domanda però mi sorge: quanti lavorano nell’industria della carne?

Da qui discendono altre ovvie domande, a cascata.

E non pensiamo che ciò riguardi solo l’industria della carne, perché tanti sono i settori “precari” che prima o poi vedranno l’essere umano come un “di più”, prima sostituibile e poi sostituito.

Che facciamo fare a tutti questi individui, in una società come quella attuale?

E veniamo alla conclusione.

Si parla di transizione ecologica come fosse una mera miscela di economia circolare, energie rinnovabili e via discorrendo, ma non è così, perché il processo prevede un ripensamento radicale della società, che sia capace di dare un senso alla vita di ciascuno.

Io sono un umile pensatore, ma ritengo – e così ritorno a Stefania Caparrotta – che un buon esempio siano proprio le piante, capaci di convivere, starsi accanto dall’alba dei tempi, sempre pacifiche, calme – il loro silenzio, o meglio l’assenza di baccano interpretiamo come un segno -, capaci di adattarsi agli spazi e ai tempi con elegante pazienza.

Mentre osserviamo le meraviglie della scienza, dunque, proviamo anche a ragionare su noi stessi, come comunità, per non trovarci impreparati quando, con mille beni e servizi a disposizione con un click, dentro di noi saremo sempre più inutili, poveri e soli.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

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