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Marina Serafini

[/split_line_heading][/vc_column][vc_column column_padding=”no-extra-padding” column_padding_tablet=”inherit” column_padding_phone=”inherit” column_padding_position=”all” centered_text=”true” background_color_opacity=”1″ background_hover_color_opacity=”1″ column_shadow=”none” column_border_radius=”none” column_link_target=”_self” gradient_direction=”left_to_right” overlay_strength=”0.3″ width=”1/3″ tablet_width_inherit=”default” tablet_text_alignment=”default” phone_text_alignment=”default” column_border_width=”none” column_border_style=”solid” bg_image_animation=”none”][/vc_column][vc_column column_padding=”no-extra-padding” column_padding_tablet=”inherit” column_padding_phone=”inherit” column_padding_position=”all” background_color_opacity=”1″ background_hover_color_opacity=”1″ column_shadow=”none” column_border_radius=”none” column_link_target=”_self” gradient_direction=”left_to_right” overlay_strength=”0.3″ width=”1/3″ tablet_width_inherit=”default” tablet_text_alignment=”default” phone_text_alignment=”default” column_border_width=”none” column_border_style=”solid” bg_image_animation=”none”][/vc_column][/vc_row][vc_row type=”in_container” full_screen_row_position=”middle” column_margin=”default” column_direction=”default” column_direction_tablet=”default” column_direction_phone=”default” scene_position=”center” text_color=”dark” text_align=”left” row_border_radius=”none” row_border_radius_applies=”bg” overlay_strength=”0.3″ gradient_direction=”left_to_right” shape_divider_position=”bottom” bg_image_animation=”none”][vc_column column_padding=”no-extra-padding” column_padding_tablet=”inherit” column_padding_phone=”inherit” column_padding_position=”all” background_color_opacity=”1″ background_hover_color_opacity=”1″ column_shadow=”none” column_border_radius=”none” column_link_target=”_self” gradient_direction=”left_to_right” overlay_strength=”0.3″ width=”1/1″ tablet_width_inherit=”default” tablet_text_alignment=”default” phone_text_alignment=”default” column_border_width=”none” column_border_style=”solid” bg_image_animation=”none”][vc_column_text]Oggi ormai lo sanno tutti: la plastica, rilasciata nell’ambiente, inquina. E siccome la plastica moderna è composta prevalentemente da film sottili, quando questi sono esposti all’ambiente e si sciolgono, si degradano facilmente frammentandosi in particelle sempre più piccole, le cosiddette microplastiche. Queste piccole unità invadono la terra e i mari, finiscono nei cibi di cui ci nutriamo – noi e gli altri viventi -impattando in maniera terribilmente dannosa su tutto il nostro mondo. E purtroppo sembra che gli esseri umani buttino – distribuendola nell’ambiente – più plastica di qualsiasi altro materiale, tanto che i nostri mari e i nostri oceani, oggi, costituiscono un serbatoio del circa il 90% di rifiuti plastici prodotti dall’uomo.

Oramai la coscienza della crisi climatica e della necessità che ha il nostro mondo di essere curato – soprattutto da parte di chi lo ha sconsideratamente danneggiato – è sempre più diffusa, tanto che iniziano a verificarsi interventi interessanti in tale direzione.  Accanto a chi invita all’utilizzo di materiali diversi e meno inquinanti, come ad esempio le stoviglie usa e getta fatte di foglie o oggetti fatti di materiali naturali, c’è chi riflette su come riutilizzare ciò che non dovremmo disperdere. “Imprigionare la plastica così come fanno gli alberi con la Co2” è il grido di battaglia della società produttrice di ecobriks: non disperdere, quindi, ma bloccare e riutilizzare quanto non è più utile ad uno scopo.

In Argentina, il CONICET (comitato nazionale della ricerca scientifica) ha trovato il modo di realizzare mattoni a impatto minimo, comprimendo plastiche usate di scarto, con il vantaggio di realizzare strumenti più leggeri rispetto ai mattoni tradizionali, più isolanti – la plastica è isolante a livello termo-acustico -, più economici, e senza dover ricorrere a processi tossici di produzione (non servono collanti, perché vengono modellanti solo con l’ausilio di acqua calda). La Nuova Zelanda, sulla scia, ha aggirato il limite della deformabilità degli stessi, utilizzandoli come materiale isolante da inserire nelle mura di ambienti, senza tener in conto che la flessibilità sostanziale di questi materiali si presta bene in zone sismiche. In Olanda, si stanno realizzando addirittura progetti di costruzione di strade: la plastica viene ridotta a parti modulari combinabili, anche in vari colori, per non far torto agli esteti, consentendo la rapidità di intervento sostitutivo e di gestione della manutenzione. Questo manto stradale sarebbe anche capace di resistere a temperature che variano dai -40 agli 80 gradi centigradi! Tra i punti deboli la capacità di aderenza degli pneumatici di mezzi pesanti, ma ci si sta lavorando. D’altronde, è noto: non c’è rosa senza spine… Il mondo della moda non poteva esser da meno, e grandi marchi si sono inseriti nel discorso in pompa magna: Adidas promuove un progetto di recupero delle plastiche ripescate nei mari delle Maldive, e convertendole in una sostanza simile al nylon, detta ECONYL, ha gloriosamente immesso nel mercato una linea di scarpe da ginnastica e costumi da bagno. La dichiarazione di intenti è quella comunque di eliminare la plastica vergine dall’intero processo di produzione e distribuzione, sostituendola con materiale riciclato. La segue la californiana Bureo, che con il nylon delle reti da pesca recuperato dalle acque sta realizzando giacche tecniche per sportivi di free climbing, occhiali e skate: ecologia e benessere a tutto campo! E le scuole cosa fanno? I nostri istituti contribuiscono finalmente alla formazione di coscienze ambientali nei futuri adulti, scontrandosi a volte con la cultura viziata di chi, la nuova cultura, è chiamato a trasmetterla. Un processo lento, come ogni processo evolutivo che si rispetti, d’altronde.La plastica entra così anche nelle scuole, e vi rimane imprigionata, in un circuito virtuoso di riutilizzo creativo a impatto zero. Avete presente i lego, quei mattoncini colorati che hanno accompagnato i giochi di infanzia di molte generazioni? Bene, prendiamo delle bottiglie di plastica usate, riempiamole di altre plastiche di scarto e compattiamo tutto ben bene fino a farne dei mattoncini multicolori  di materiale utile. Con queste unità è possibile creare sedili, muretti, fioriere, oggetti di vario tipo: colorati, allegri ed ecologici. Ecco che il nemico si è fatto amico: è una questione di prospettiva! È forse questo l’insegnamento migliore che ne riceviamo: il nostro benessere dipende da noi, da come osserviamo, trasformiamo e utilizziamo le risorse disponibili.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

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