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Sara Petraccia

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Il cervello, interagendo con la realtà, registra le molteplici esperienze attraverso meccanismi che modificano le sue successive modalità di reazione.

Tale definizione ci permette di affermare che la memoria è l’insieme dei processi con cui gli eventi del passato influenzano le risposte future, fatti che influiscono in modo diretto sui contenuti e sulle modalità dell’apprendimento, anche se non ne abbiamo necessariamente il ricordo.

Esperienze precoci modellano il nostro comportamento ed i rapporti con gli altri, anche se non siamo in grado di ricordare quando tutto è iniziato.

Dopo che un compito è stato appreso, i successivi comportamenti saranno orientati sulla base di un costrutto mentale che il soggetto si è costruito sulla base dell’esperienza acquisita, in funzione delle nozioni immagazzinate in precedenza. Un processo diverso da individuo a individuo poiché, come afferma Kandel: “attraverso lapprendimento ogni singolo individuo esprime la propria individualità, il modo unico di immagazzinare gli stessi contenuti in un contesto diverso” (1992).

L’apprendimento è, pertanto, un processo cognitivo che coinvolge emozioni, motivazioni, percezioni, movimento, attenzione e memoria.

Quest’ultima si avvale di reti neurali presenti nel cervello che, simili a ragnatele, possono essere attivate in un’infinità di pattern e profili neurali diversi, consentendo l’apprendimento mediante meccanismi che registrano le informazioni.

Alla luce di tali studi sono state identificate tre fasi principali dei processi di memoria:

1.codifica/acquisizione: i sensi registrano lo stimolo significativo, cioè quello al quale l’individuo attribuisce rilievo

2.mantenimento: l’informazione si stabilizza nella memoria e viene ritenuta per un periodo di tempo variabile

3.recupero: l’informazione archiviata in precedenza riemerge mediante richiamo (recupero diretto senza stimoli di facilitazione) o riconoscimento (il recupero è più semplice perché mediato da stimoli associativi)

Queste riflessioni sollevano un interrogativo. Solo gli uomini sono dotati della facoltà di memorizzare o esiste una memoria delle piante? E se negli uomini la memoria è connessa all’apprendimento tale termine può essere valido anche per il mondo vegetale?

Stefano Mancuso,professore di arboricoltura generale e etologia vegetale dell’Università di Firenze nel libro “Brilliant Green” del 2015 ha rivelato che le piante sono dotate di sensibilità e hanno capacità di memorizzazione e apprendimento, anche se non sono dotate di un cervello strutturato in reti neurali come quello umano. Il cervello delle piante è diffuso, poiché sono in grado di produrre ed emettere segnali elettrici su tutte le cellule del loro corpo: si può quindi affermare che esiste un’intelligenza vegetale.

La memoria è un requisito dell’intelligenza poiché, senza di essa, non è possibile apprendere e senza apprendimento non è consentito migliorare le proprie performance quando si deve risolvere lo stesso problema.

Un essere intelligente deve essere in grado di memorizzare.

Tale scoperta è il frutto di uno studio effettuato dal professor Mancuso sulla Mimosa Pudica, una pianta sensitiva che chiude le foglie quando viene toccata per difendersi dagli attacchi degli insetti.

Un essere intelligente deve essere in grado di capire se è necessario mettere in atto o meno un meccanismo di difesa poiché esso costa energia. Da ciò si deduce che le piante come la Mimosa Pudica sono intelligenti in quanto sono in grado di valutare se è il caso o meno di chiudere le foglie per difendersi dagli insetti e sono capaci di apprendere che, se uno stimolo non è pericoloso, non è necessario chiudere le foglie.

L’esperimento è stato realizzato prendendo 2 gruppi di vasi da 500 mimose ciascuno ed è stato costruito un supporto su cui veniva posizionato il vaso, il quale veniva tolto e poi lasciato cadere da un’altezza di 5 cm.

Si è visto che la Mimosa Pudica, la prima volta che cadeva, si spaventava chiudendo le foglie simultaneamente per poi riaprirle. In seguito la pianta veniva rimessa sul supporto e fatta ricadere, e questo comportava nuovamente la chiusura istantanea delle foglie e in seguito la loro riapertura.

Tale esperimento è stato riprodotto mediamente 5 volte e si è osservato che, al quinto tentativo, la pianta non chiudeva più le foglie.

La prima ipotesi è stata quella che la pianta avesse perso energia e non riuscisse più a chiudere le foglie per stanchezza, ma tale spiegazione è stata smentita perché, toccando la pianta, essa chiudeva le foglie.

Pertanto si è dedotto che la Mimosa Pudica aveva appreso la distinzione tra uno stimolo non pericoloso e uno pericoloso: questo è il primo esperimento che ha dimostrato la capacità di memorizzazione e di apprendimento delle piante, poiché le mimose hanno appreso la lezione e hanno mantenuto l’evento in memoria addirittura per 2 mesi. La pubblicazione di tale lavoro è stata a lungo osteggiata poiché non era considerato corretto usare la parola apprendimento per le piante.

Possiamo concludere, pertanto, che la memoria è strettamente connessa all’apprendimento, inteso come processo necessario alla sopravvivenza, che consente all’individuo e alle piante di adattarsi all’ambiente mediante l’adozione di strategie idonee a far fronte alle diverse situazioni ambientali.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

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