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Marina Serafini

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Così, quando posso, infilo gli scarponi e via, libertà di pensiero tra i campi e piacere per tutti i sensi.

Mi lascio guidare dagli aromi erbacei che sono sparsi, a macchie, nell’aria frizzante del mattino, sedotta dalla vastità del cielo, a volte limpido e a volte ornato da soffici nuvole. Tutto si sposta in fretta lassù, a differenza di quanto avviene nel suolo, a dispetto della mia coscienza. Qui i cambiamenti sono così diluiti nel tempo che quando muta la scena non fa che sorprenderti. Di colpo l’estate e ora, di nuovo, l’inverno.

I biologi dicono che è questo il motivo per cui non diamo peso alla crisi climatica: avviene in maniera strisciante, con ritmi che non percepiamo, e poi, però, si mostra in tutta evidenza attraverso le catastrofi di cui ormai già sappiamo.

A me piacciono i campi, d’estate e d’inverno, quando brulicano di vita ronzante e di movimenti rapidi, e quando sono silenti, in un manto serio e composto.

Io cammino tra cardi spinosi, cresciuti in altezza o aderenti al terreno, allargati a coprire quanto più suolo possibile con quella forma a raggiera, dalle tinte varie di verde e di rosso. Mi muovo veloce, inzuppando pian piano le vesti di brina, e guardando curiosa il terreno: tante forme diverse, e i colori, e timidi fiori qua e là.

È inverno, ma scorgo già margherite minute, dal gambo corto, sparse su quel panno verde che fa da sfondo regale.

Le pratoline… Ma non escono a marzo? Vado avanti, evitando i piccoli gusci di funghi neonati che sbucano, impertinenti, dal suolo: cupolette compatte dalle tinte discrete. Son grigi e sono di color nocciola.

Ripenso alle lezioni studiate, in cui si racconta che il fungo è là sotto, nella terra, dove filamenti diffusi per metri e metri di spazio si incontrano e si trovano… Un mondo nel mondo, di cui la maggior parte di noi nemmeno si accorge. E pensare che cerchiamo la vita in altri pianeti, nel lontano universo in cui galleggiamo.

Cammino e rifletto, con l’aria fredda che entra nel naso e mi gela la fronte, mentre il rosso nel cielo si espande e schiarisce pian piano il mondo in cui vivo. Da qui ogni giornata è un miracolo che dona emozione.

A passo svelto procedo, la brina ormai dentro le scarpe, sento i calzini fastidiosamente bagnati e penso alle rane, che stanno sempre nell’acqua: flessuose creature dai movimenti lunghi e scattanti. Così mi cimento nel salto anche io, ridendo, provando a imitarne lo strano verso, che ricorda una mano che stropiccia un palloncino gonfiato. Mi riesce male, però.

Infine lo vedo: in terra, tre piccoli fogli di tessuto leggero si chiudono in un cerchio scomposto dal colore brillante. La fragilità eterea di un fiore che d’estate infuoca ovunque la terra… Un papavero aperto è lì, davanti ai miei occhi.

Ora sono davvero smarrita. Mi tornano in mente le lezioni sul sublime di Kant: lo vivo, quello spaesamento improvviso, il senso di caos che ti sprofonda la mente.

Una distonia che rammenta l’incontenibilità della vita: tutto cambia e tutto sorprende.

Movimento, come i passi che vanno su questo molle terreno bagnato; come gli storni che  giocano al di sopra di me, componendo forme che mutano in fretta.

Ma un papavero in fiore, a dicembre, lascia troppi pensieri.

Provo un  certo disagio, una strana tensione che contrasta il piacere del sole sul viso. Qualcosa non va.

In testa documentari già visti, allerte sentite, parole e parole che oggi tornano vive, attivate dal rosso pungente di un fragile fiore che è qui, e che invece dovrebbe essere altrove.

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