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Franco Pistono

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“Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell’automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall’altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco.”.

Cecità è un romanzo del supremo José Saramago, uno degli scrittori che più amo, sia per idee che come stile e, in quest’opera, come spesso ama fare, presenta una situazione fantastica molto particolare e intrigante, quale gigantesca metafora dell’umanità.

Il pezzo che ho riportato sopra sta a poche righe dall’inizio, e non aggiungerò più nulla nel merito, con speranza di incuriosirvi, invogliandovi, se già non lo avete fatto, a leggere il libro.

Ciò detto, dalla fantasia, passiamo alla realtà.

Vi stupirà forse scoprire che, ciechi, siamo tutti quanti… già, proprio così: alle piante!

Ce lo racconta Stefano Mancuso – scienziato che ascolto sempre con ammirata attenzione e volentieri cito – parlandoci della “plant blindness”, ovvero di quella condizione per la quale noi “percepiamo la vita animale, ma siamo completamente ciechi alla vita vegetale”.

Un esempio? Se guardiamo una foto di un bosco con una ranocchia e ci viene chiesto cosa vediamo, noi diciamo che vediamo la ranocchia, in un’immagine che ritrae la savana con un leone disteso, dinanzi a identica domanda, rispondiamo che vediamo il solo leone; questi i fatti, sul perché, godetevi la spiegazione di Mancuso.

Ciò che mi preme ora è tirare le somme: se io “non vedo” una cosa, quella cosa per me non esiste, dunque non ci sto attento, non me ne curo.

“Effatà” è la parola risolutiva che, nel Vangelo, Cristo pronuncia per sanare il sordomuto; “Effatà”, “apriti”, e subito egli recuperò parola e udito.

Qui parliamo di vista, altro senso, ma il concetto è lo stesso: per tornare a guardare la bellezza che ci sta intorno, dobbiamo “illuminarci” aprendoci a essa, così da “vederla” di nuovo e, vedendola, comprenderla e averne cura.

E nonostante la citazione, credetemi, qui non si tratta affatto di un atto di fede, o divino, ma pienamente umano e di buon senso.

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