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Marina Serafini

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Leggevo di recente un articolo sull’Indonesia: si tratta di un paese ricco di vegetazione e povero socialmente, un paese dalla straordinaria umanità e dal senso di solidarietà che non ho riscontrato in altri paesi cosiddetti poveri.

Ci sono stata, in Indonesia, ci sono stata due volte per uno strano incastro di eventi.

E ne sono rimasta affascinata. Al di là della sporcizia e del laconico modo di esistenza, ho incontrato il sorriso della popolazione.

Ero a Bali, per carità, un angoletto tra i più “socievoli” dell’arcipelago – questo è doveroso sottolinearlo. E tra le risaie a gradoni, le oche sparse nei campi – che sfruttano la sacralità attribuita loro per ingozzarsi liberamente di sementi – e i templi aperti… Persone. Persone magre, dai corpi sfruttati e dalla pelle stanca e vergata dal sole, piegati nei campi a lavorare la terra con strumenti rudimentali, seduti al mercato del pesce, tra pozze di acqua e sangue sparse in terra; vestiti di bianco accanto ai bramini, con i cestini delle offerte piene di fiori, di semi e di incenso; persone che danzano su ritmi tradizionali, per sé e per i turisti in arrivo. Persone che lavorano sempre, a tutte le età, e che sorridono. Che si aiutano naturalmente, e che ti rispettano.

Questo mi ricordo soprattutto di Bali: lo sforzo, la fatica e la solidarietà.

Poi è arrivato quell’articolo, che racconta di come uomini, donne e bambini si ritrovano a vivere in condizioni ancora più estreme, in un circuito in cui la violenza dell’uomo viene accettata per contrastare la durezza che sa imporre la vita. E non sono più uomini ma numeri, sacrificabili, pedine nella rete degli affari internazionali connessi al traffico dell’olio di palma.

Per ore e per mesi, senza alcuna tutela, si ritrovano a spargere sostanze chimiche devastanti per sé e per l’ambiente, sopportano sforzi eccessivi, si nutrono a stento, riparati in baracche malsane. Chi lo fa da una vita, chi da generazioni intere. E da un campo ad un altro, senza un futuro, senza un presente. Violenze sul corpo e nell’anima perché in altre parti di questo stesso pianeta, altri più fortunati possano contribuire all’acquisto di merci dalla dubbia utilità.

Utilità dubbiamente sociale, dubbiamente ambientale, dubbiamente antropologica.

L’articolo è pubblicato a questo link: stupri-e-abusi-nelle-coltivazioni-di-olio-di-palma, per chi avesse la voglia e la forza di guardare per un momento il serpente, e distogliere l’attenzione dalla ipnotica mela.

 

Nel 2015, con la sottoscrizione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, 193 paesi membri dell’Onu hanno proclamato il proprio impegno a favorire il superamento del gap esistente tra opportunità, ricchezze e potere, e lo hanno fatto individuando 17 fondamentali obbiettivi da conseguire, a livello nazionale e internazionale, entro il 2030.

Il leit-motiv che fa da sfondo all’intero documento è sintetizzato in una espressione iniziale, che rivendica l’impegno congiunto nello sforzo di “liberare la razza umana dalla tirannia della povertà e con la volontà e l’impegno a curare e salvaguardare il nostro pianeta”.

All’orizzonte l’immagine di un mondo inclusivo, i cui abitanti favoriscano la crescita di un’economia sostenibile, rispettosa della biodiversità, e che facciano uso del principio di responsabilità, canalizzandone l’uso all’implementazione degli strumenti culturali ed economici necessari all’attuazione di un’equa interconnessione umana.

Un impegno che richiama la dovuta attenzione di ognuno di noi.

[foto licenza Common Creative][/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

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